Sommario
EDITORIALE
Perché il nome "GaiaVis" al nostro giornale
SOTTO LA LENTE
Risultati delle recenti ricerche al Pulo di Molfetta
Completamento della resistemazione e riattamento del Pulo di Molfetta
SVILUPPO SOSTENIBILE
La strategia italiana d'azione ambientale per lo Sviluppo Sostenibile
MARE NOSTRUM
Le tartarughe nel mediterraneo
Petroliera alla deriva nell'Adriatico
LE OASI
Oasi WWF "Le Cesine"
APPROFONDIMENTO
Alta Murgia, ben venuto Parco!
Accade a Castel del Monte
CACCIA
Caccia a febbraio, no grazie......
LA NATURA A SCHEDE
LEGGE E AMBIENTE
"GaiaVis" e la Legge 
SALUTE
L'intossicazione da monossido di carbonio nell'ambiente domestico
NEWS DALLE SEZIONI
I SITI CONSIGLIATI DA GAIAVIS
NATURA
Il terribile predatore nell'erba: Sagapedo



EDITORIALE


«Puglia, dove la natura è colore» rappresenta uno degli slogan più riusciti della promozione turistica della nostra regione. Purtroppo da quando la frase è stata coniata troppe volte la natura in Puglia è stata attaccata, sfregiata, deturpata. Così quei colori un tempo tanto vivaci oggi sono un po' più sbiaditi. «Gaiavis» nasce con un intento ben preciso: fornire un contributo alla soluzione della questione ambientalista nella nostra regione. Una questione che è stata troppe volte affrontata con molte parole, molti impegni, molte buone intenzioni e tantissimi progetti ma, di fatto, è stata sempre subordinata a tante altre. La dimostrazione di quanto tutto ciò sia vero sta nel fatto che ancora oggi molti interventi di tutela della natura restano sulla carta o risultano inadeguati a fronte di un patrimonio enorme fatto di ambienti e paesaggi di inestimabile valore. Si pensi alla Murgia, al Gargano, alla costa salentina, alle gravine, alle lagune costiere, ai Monti della Daunia, al fiume Ofanto. O ancora ai paesaggi umani costituiti dai centri storici, dai castelli e dalle cattedrali. Basta fare una rapida verifica per rendersi conto che non sempre tale patrimonio è stato adeguatamente tutelato, salvaguardato. Ecco, per noi di «Gaiavis», la priorità assoluta sta nel chiedere che la risorsa ambiente, la risorsa territorio sia amministrata correttamente alla luce di uno sviluppo realmente sostenibile. Sia gestita in maniera tale da lasciare alle future generazioni un patrimonio intatto. Oggi troppo spesso, invece, accade tutto il contrario: si spendono fiumi di parole, di fondi, di energie ma poi di fatto cementificatori, palazzinari, inquinatori, bracconieri, e gli ultimi arrivati, gli «ecofurbi», riescono a fare il proprio comodo e ad infliggere considerevoli danni prima che l'opera di tutela sia stata realizzata.Invertire questa tendenza e contribuire allo sviluppo sostenibile del nostro territorio, dunque, è la direzione nella quale procediamo. L'auspicio è di incontrare tantissimi amici su questa strada e che i colori della Puglia, al più presto, tornino ad essere splendenti.

Pino Curci



Perchè il nome "GaiaVis" al nostro giornale


Gaia è il nome con cui i Greci battezzarono la dea Terra. Nei primi anni '60 il nome Gaia è stato assunto per indicare la teoria secondo la quale il nostro pianeta è del tutto e per tutto assimilabile ad un super organismo di proporzioni planetarie, comprendente la terra fisica e tutti gli organismi viventi che la popolano, in grado di autoregolarsi e di manifestare molte caratteristiche proprie di un essere vivente. Questa teoria, in gran parte frutto dell'eccentrica mente dello scienziato-inventore inglese James Lovelock, afferma che il clima e la crosta terrestre sono influenzati, regolati e mantenuti in uno stato adatto alla "vita" dalla stessa azione degli organismi viventi e quindi anche e
soprattutto dall'uomo quale specie al vertice della catena evolutiva. Noi insieme a tutte le specie viventi sul nostro pianeta non saremmo di conseguenza solo semplici passeggeri, ma saremmo stati sin dal nostro comparire, 3,5 miliardi di anni fa, dei protagonisti attivi in positivo ed in negativo dell'evoluzione planetaria in grado di modificare la composizione dell'atmosfera, il clima, la salinità degli oceani, il ciclo dell'acqua e delle sostanze nutritive, e forse perfino l'evoluzione geologica.

La Terra, quindi, come un grande organismo dotato di immensa potenza, "Vis", mentre l'uomo un suo organo funzionale indispensabile per la sua sopravivenza, ma che in
molte circostanze si è dimostrato un suo male. Sebbene molto evocativa come teoria non ha trovato però ampio consenso nella comunità scientifica, non di meno riteniamo che indipendentemente dalla correttezza scientifica dei suoi enunciati, sia comunque un corretto approccio per imparare a rispettare il nostro pianeta considerandolo alle stregue di un essere vivente particolare.

Non rispettare "Gaia" si traduce nel non rispetto di noi stessi quali elementi di questo organismo e le conseguenze potranno essere il rivolgimento della sua "Vis" contro di noi, come già oggi comincia ad accadere.

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SOTTO LA LENTE



Risultati delle recenti ricerche al Pulo di Molfetta



Foto d'archivio

A partire da Settembre 2002, grazie alla disponibilità di risorse finanziare da parte della Regione Puglia, la Soprintendenza Archeologica della Puglia ha ripreso gli scavi nell'insediamento neolitico del Pulo di Molfetta. L'intervento, coordinato dalla Dott.ssa Francesca Radina, dalla Dott.ssa Iole Caramuta e da Mariella Cioce, si è concentrato innanzitutto sul fondo della dolina, dove è stata ritrovata una fabbrica settecentesca in pietra, costruita dai Molfettesi per la fabbricazione del salnitro (ritenuto all'epoca di notevole importanza militare, in quanto era il componente essenziale della polvere da sparo e da mina) vista l'immensa e svariata quantità di nitrati presenti in tutta l'ampia area della dolina.

Inoltre, è stata aperta ex novo un'area di scavo accanto all'Opificio della nitriera borbonica, dove, in corrispondenza dei resti delle originarie fornaci, è stato riportato alla luce un ambiente rettangolare in pietra, forse corrispondente al magazzino della nitriera. Si tratta di un ritrovamento di estrema importanza, se si considera che l'ailanto, la tipica pianta infestante dell'intera area della dolina, ne aveva purtroppo cancellato completamente le tracce.

Attualmente le ricerche stanno interessando lo scavo della rampa in pietra che dovrebbe collegare la cosiddetta 3a

tettoia (formata dal sistema di vasche ben allineate e intercomunicati sul fondo, sempre in pietra,) all'Opificio della nitriera. Si spera nel reperimento di resti integri in modo da poter ricostruire un percorso unico e compatto.

Non manca inoltre il reperimento di svariati materiali risalenti a diverse età della pietra, dal Neolitico all'età del bronzo. Nel terzo edificio, in particolare, sono state rinvenute svariate forme in ceramica smaltata di epoca settecentesca come coppe, piatti, e frammenti di bacini che si provvederà a ricostruire.

A tutto questo si aggiunge la sistemazione dell'ex fondo Azzollini dove, per proteggere gli scavi del Neolitico, si stanno predisponendo sentieri e pan
nelli didattici per consentire l'eventuale apertura di un percorso che colleghi il Pulo al villaggio, sia dalla statale Molfetta-Ruvo che dall'ampio piazzale antistante la dolina.

Il progetto si conclude con lo spostamento del parcheggio in un'area più a monte dell'insediamento neolitico ed eventuali interventi botanici a cura del Dott. Bernardoni. Si ricorda infine che la direzione dei lavori è a cura dell'ing. Anastasia e dell'architetto Sergio Fanelli della provincia di Bari, mentre la parte geologica è affidata al prof. M. Maggiore e all'architetto Nicola Martinelli di Bari.

Dott.ssa Anastasia Caldarola



PROGRAMMA OPERATIVO REGIONALE 2000-2006:

"Completamento della risistemazione e riattamento del Pulo di Molfetta"



Pianta del Pulo

Nell'ambito del significativo progetto relativo alla riorganizzazione dell'importante sito archeologico del Pulo di Molfetta, sono previsti specifici interventi sulla vegetazione del sito, studi faunistici e la redazione di un Piano di Gestione decennale.

Gli studi sulla flora e fauna specifica del Pulo, hanno interessato soprattutto il soprassuolo arboreo ed arbustivo per individuarne la componente specifica e lo stato fitosanitario. In generale, possiamo dire che le specie presenti nel
la dolina sono da un lato il risultato delle peculiarità geomorfologiche della dolina stessa, dall'altro dell'antica e prolungata presenza dell'uomo, che ha sempre trovato nel sito una fonte importante di risorse primarie. Inoltre, la localizzazione all'interno del Pulo delle diverse presenze flogistiche e vegetazionali, dipende dalle varie esposizioni e dall'influenza antropica esplicatasi in passato in modi differenti sui vari lati della dolina. Infatti, il lato meridionale, meno esposto 
all'insolazione diretta diurna, favorisce specie di ambienti miti e a minore prolungata aridità come l'Alloro (Laurus nobilis L.), il Dondolino (Coronilla emerus L.), il Viburno tino (Viburnum tinus L.). Il lato settentrionale, subisce invece un prolungato irraggiamento solare, con temperature, durante tutto l'anno, tra le più alte di tutta l'area, favorendo quindi specie vegetali meglio adattate ai regimi climatici caldo-aridi quali il Cappero (Capparis spinosa L.), il Lentisco (Pistacia lentiscus L.) e il Fico d'India (Opuntia ficus-indica L). Il lato occidentale, infine, è quello che ha subito maggiormente l'azione dell'uomo, con la creazione di terrazzamenti per la coltivazione di specie domestiche caratterizzate attualmente dalla presenza di vetusti alberi di Olivo ( Olea europea L.) e colonizzate da specie ruderali infestan
ti quali il Rovo (Rubus ulmifolius Schott) e l'Ailanto (Ailanthus altissima, Swingle).

In particolare, gli interventi sulla vegetazione della dolina, sono rivolti alla conservazione delle specie vegetali locali, all'eradicazione dell'Ailanto e alla potatura di contenimento della vegetazione presso i sentieri nonché all'adeguata fruizione dell'area, attraverso la realizzazione di specifici percorsi che ne permettano l'osservazione nel rispetto delle esigenze di tutela degli specifici habitat delle numerose specie di animali presenti.

Con riferimento agli studi faunistici, è stato condotto un apposito censimento delle specie di vertebrati presenti in tutta l'area, con particolare riferimento alle classi di anfibi (ad es. il Rospo smeraldino), rettili (come Tarantolino, Tarantola e Lucertola campestre), uccelli
(come il Gheppio e il Barbagianni) e mammiferi (in particolare, il Ferrodicavallo maggiore). Per ogni classe è stato evidenziato lo status biologico e l'appartenenza alle diverse direttive europee in materia di conservazione della natura.

Infine, si ricorda che il Piano di Gestione decennale fissa come obiettivi principali: il controllo dell'area, la salvaguardia della naturalità, degli scavi e delle strutture, la pianificazione delle visite guidate e della sentieristica, la conoscenza dell'area indicando le migliori tipologie di materiali informativo-didattici e infine la prevenzione degli incendi. Tutte queste finalità sono state accuratamente perseguite dal WWF Italia, sezione di Molfetta, gestore ufficiale del sito dal Marzo 2002.

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SVILUPPO SOSTENIBILE

La strategia italiana d'azione ambientale per lo sviluppo sostenibile.

E' finalmente ufficiale la strategia d' azione ambientale per lo sviluppo sostenibile che sarà attuata nel nostro paese nei prossimi otto anni; è stata, infatti, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 20.10.02 la deliberazione del CIPE N.57/02 intitolata "Strategia d'azione ambientale per lo sviluppo sostenibile in Italia 2002-2010". La politica della sostenibilità, quale componente significativa dell'azione di governo, è stata già oggetto di trattazione nel documento di programmazione economica e finanziaria per gli anni 2003-2006.

Con la delibera del comitato interministeriale per la programmazione economica sono stati più precisamente individuati gli obiettivi, gli strumenti, le aree tematiche principali e gli indicatori per monitorare lo stato di attuazione del programma, anche in osservanza dei numerosi impegni assunti dall'Italia a livello comunitario e internazionale.

Ai fini dell'attuazione del programma, il CIPE ha rimarcato la necessità di semplificare il complesso quadro normativo in materia ambientale attraverso l'adozione di testi unici. Inoltre, il comitato ha ritenuto di fondamentale importanza l'integrazione del fattore ambientale nei mercati, per cui ha previsto una riforma complessiva in senso ecologico del sistema fiscale tramite un progressivo spostamento delle basi imponibili dall'uso del lavoro al prelievo delle risorse naturali. Indispensabile è stata ritenuta in proposito anche l'introduzione di specifiche ecotasse sui prodotti inquinanti, nonché la promozione di politiche di sussidio alla produzione dal punto di vista ambientale. Il programma auspica, inoltre, una promozione dell'adesione volontaria delle
imprese ad effettuare analisi degli impatti ambientali della propria produttività e la certificazione della qualità ambientale dei prodotti.

Per il finanziamento dello sviluppo sostenibile, il CIPE ha individuato la necessità di predisporre sia programmi di intervento coperti da specifici fondi pubblici e capaci di attirare crescenti risorse private, sia strategie del settore finanziario e assicurativo volte a valorizzare il fattore ambientale nella concessione del credito e dell'attività assicurativa.

La verifica del raggiungimento degli obiettivi sarà affidata alla VI commissione CIPE per lo sviluppo sostenibile che istruirà, congiuntamente alla commissione competente per materia, le questioni sottoposte all'attenzione del comitato aventi rilevanza per l'attuazione della strategia, al fine di verificare la coerenza ed il contributo al raggiungimento del programma.

Per quanto attiene gli elementi connessi alla qualità ambientale saranno utilizzati in via prioritaria i seguenti indicatori: lotta ai cambiamenti climatici, trasporti, sanità pubblica. Nella concreta attuazione della strategia un ruolo importantissimo sarà giocato dalle pubbliche amministrazioni le quali dovranno essere i soggetti promotori delle iniziative legislative finalizzate al perseguimento degli obiettivi e all'adozione dei relativi strumenti indicati nella deliberazione del CIPE; la protezione e la valorizzazione dell'ambiente dovranno essere, in particolare, considerati come fattori trasversali di tutte le politiche settoriali, delle relative programmazioni e dei conseguenti interventi.

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MARE NOSTRUM



LE TARTARUGHE NEL MEDITERRANEO

Esemplare di tartaruga Caretta-Caretta, foto Istituto di Biologia Marina

Le tartarughe, tipici abitanti dei mari tropicali e subtropicali, sono comprese nell'Ordine Testudinati e annoverano, attualmente, due famiglie: Cheloniidae, con sette specie e Dermochelydae, rappresentata da un'unica specie. Nel Mediterraneo la specie più frequente è Caretta caretta (Linnaeus, 1758), più rare risultano invece Chelonia mydas (Linnaeus, 1758) e Dermochelys coriacea (Vandelli, 1761); occasionalmente sono state anche segnalate Lepidochelys kempi (Garman, 1880) e Eretmochelys imbricata (Linnaeus, 1758). Le tartarughe sono state vittime di forti pressioni antropiche, dato che le uova e la carne erano ricercate per scopi alimentari e il carapace e la pelle venivano utilizzati per la produzione di vari articoli commerciali. Molte popolazioni nidificanti di Lepidochelys olivacea, Chelonia mydas e Eretmochelys imbricata sono state irrimediabilmente distrutte e anche le altre specie di questi rettili marini hanno subito danni dalla pesca e da altre attività umane. Attualmente in Italia il divieto di detenzione e pesca delle tartarughe marine è previsto dal D. M. Mar. Mer. del 3 Maggio 1989 e dalle norme che hanno recepito la "Convenzione sul commercio internazionale delle specie di fauna e flora selvatiche minacciate di estinzione" (CITES). Non viene effettuata una pesca diretta alla cattura di queste specie, ma spesso si registra la cattura di tartarughe durante le attività di pesca con palancari e con reti; anche a causa del vigente divieto di pesca i pescatori generalmente liberano l'animale, indipendentemente dal suo stato di salute, e tendono a non denunciare l'evento. Pertanto è difficile stilare delle statistiche sull'incidenza delle attività di pesca sulle popolazioni di tartarughe lungo le nostre coste. Il Laboratorio di Biologia Marina di Bari, in collaborazione con la Facoltà di Medicina Veterinaria di Bari, segue da tempo lo spiaggiamento, l'avvistamento e le catture di tartarughe lungo le coste pugliesi, in particolare quelle adriatiche.

Qui di seguito riportiamo alcune informazioni sulle tre specie più comuni del Mediterraneo.

Caretta caretta (Linnaeus, 1758) Tartaruga comune.

La lunghezza del carapace arriva a circa 125 cm negli esemplari mediterranei, mentre negli oceani tale limite è superiore. La specie abita i mari tropicali e subtropicali; la sua presenza è occasionale nei mari freddi come il Baltico e il mare del Nord. Nel Mediterraneo è la specie più comune soprattutto in acque profonde, anche se viene spesso osservata nei pressi delle coste. Può effettuare delle migrazioni su considerevoli distanze; migrazioni collettive di parecchie centinaia di individui verso i luoghi di deposizione, o verso acque più calde, o per scopi trofici; sono state osservate al largo (100 km) delle coste algerine. Nel Mediterraneo i luoghi di nidificazione conosciuti sono: Turchia, Israele, Cipro, Isole Ioniche, Isole Pelagie, Isola di Lampedusa, Tunisia, Libia e alcune spiagge della Sicilia e della Calabria. La maturità sessuale viene raggiunta a 10 anni e la riproduzione avviene tramite uova (da 60 a 200) deposte in buche nella sabbia. Il regime alimentare è a predominanza carnivora, costituito da molluschi, crostacei, pesci e meduse.

Chelonia mydas (Linnaeus, 1758) Tartaruga verde.

La lunghezza del carapace arriva a 125 cm negli esemplari mediterranei. La specie è cosmopolita dei mari tropicali e subtropicali. Poco comune in Mediterraneo; in Italia è stata segnalata in Tirreno, Ionio e Basso Adriatico dove pare che transitino gli esemplari che raggiungono le zone di riproduzione del Mediterraneo Orientale, in particolare Turchia, Cipro e Israele. La maturità sessuale viene raggiunta tra 8 e 15 anni. La femmina si accoppia ogni 2-3 anni e depone in buche scavate nella sabbia da 100 a 500 uova, che si schiudono dopo 50-60 giorni. Gli adulti sono soprattutto erbivori, nutrendosi di alghe e zoostere (tra cui la posidonia), ma possono predare anche molluschi e spugne; i giovani sono prevalentemente carnivori.

Dermochelys coriacea (Vandelli, 1761) Tartaruga liuto o sfargide. 

La lunghezza del carapace può arrivare fino a 275 cm. Tra i rettili viventi è quello che ha la diffusione più ampia, popolando tutti i mari e gli oceani tropicali e subtropicali e risulta occasionalmente segnalata anche nei mari subartici e subantartici; la presenza nel Mediterraneo è riferita ad un piccolo numero di esemplari. La femmina si riproduce ogni 2-3 anni e depone da 70 a 600 uova in buche scavate nella sabbia. A differenza delle due specie precedenti, le sfargidi sono prevalentemente solitarie anche nel periodo della riproduzione, infatti le migrazioni verso i quartieri di nidificazione vengono effettuate da individui solitari o branchi costituiti da pochi esemplari.

Le aree di nidificazione accertate in Mediterraneo sono in Sicilia, Libia, Israele e Turchia. Il regime alimentare è prevalentemente carnivoro, con predilezione per le meduse (un solo esemplare di tartaruga liuto può ingerirene 50 individui al giorno); si alimentano anche di crostacei, pesci, echinodermi e, a volte, alghe.

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MARE NOSTRUM



Petroliera alla deriva nell'Adriatico

Intercettata dalla Guardia costiera. Pericolo per la costa pugliese.

BARI, 15 dicembre 2002 _ La costa Pugliese ha decisamente scampato un pericolo ambientale per colpa di una piccola petroliera battente bandiera Honduregna, la Mistral, che era ormeggiata nel porto di San Giovanni di Medua in Albania. Le cattive condizioni del mare avevano portato, lo scorso 9 dicembre, alla rottura degli ormeggi lasciando la nave alla deriva. Dopo le ennesime ricerche, la petroliera è stata individuata a sole 30 miglia al largo della costa barese, da una nave straniera in transito in Adriatico. E' stata trainata da un rimorchiatore nel porto di Bari ed ora è sotto il controllo del servizio antinquinamento marino del Ministero dell'Ambiente. Il precario stato di manutenzione dello scafo ha fatto temere il peggio, ma per fortuna nessun carburante è fuoriuscito in mare aperto, evitando un disastro ecologico come quello provocato dalla Prestige sulle coste della Galizia.

La Commissione europea è impegnata in prima linea per la sostituzione programmata delle petroliere a scafo singolo con quelle a doppio scafo che garantirebbero maggiore sicurezza in caso d'incidente o avaria, e spinge da tempo anche per l'immediato divieto di trasporto del gasolio pesante (estremamente inquinante) da parte delle petroliere a scafo singolo. In cantiere c'è, inoltre, l'istituzione di un sistema comunitario di controllo del traffico navale (SafeSeaNet) e di un'agenzia europea per la sicurezza marittima, oltre alla riformulazione del sistema dei risarcimenti. Eppure, il diritto internazionale consente, senza grandi imprese, la navigazione di vere e proprie bombe ad orologeria.

Il WWF Italia ha lanciato un grido d'allarme per le coste protette dell'Adriatico.


"Sono 19 i Parchi, le Riserve naturali e le Oasi a rischio petrolio lungo la costa
adriatica dal Friuli Venezia Giulia alla Puglia
" ha dichiarato Franco Ferroni, Responsabile nazionale aree protette del WWF Italia. Nell'Alto Adriatico si concentrano, infatti, quattro siti d'interesse nazionale per il traffico petrolio (Trieste, Venezia, Ravenna e Falconara) con decine di milioni di tonnellate di petrolio in transito su migliaia di petroliere ogni anno. Il WWF Italia aveva gia proposto in occasione della Conferenza internazionale dell'Alto Adriatico, svoltasi proprio ad Ancona nel 2000, il riconoscimento formale dell'Adriatico come "Area Particolarmente Sensibile (PSSA)", in base alle regole IMO dell'Agenzia delle Nazioni Unite sui Traffici Marittimi. Riconoscimento che avrebbe posto l'Alto Adriatico sotto un rigoroso controllo internazionale dei traffici marittimi, in particolare vigilando sul traffico delle petroliere e delle sostanze tossiche.
Nonostante l'impegno dichiarato del Ministero dell'Ambiente, nulla è stato ancora fatto per ottenere l'importante riconoscimento da parte dell'ONU. A rischio resta quindi l'economia dell'Adriatico basata sulla pesca e sul turismo. Con la natura protetta delle coste rischia infatti di essere cancellata anche l'ultima possibilità di un turismo sostenibile e di qualità per Friuli Venezia Giulia, Veneto, Emilia Romagna, Marche, Abruzzo, Molise e Puglia. Nel
la nostra regione sono dichiarate a rischio la Riserva marina delle Isole Tremiti e il Parco nazionale del Gargano. Tuttavia il pericolo in Puglia è molto elevato perché la costa occupa la maggiore estensione tra tutte le regioni peninsulari, circa 800 Km. Lungo la fascia costiera sono rappresentate tutte le tipologie di habitat litorale: strapiombanti pareti rocciose a volte ricoperte da profumate pinete, calme baie sabbiose, lunghe e solitarie spiagge, basse ed aspre coste rocciose, dune con splendide macchie a Ginepro, grotte e lagune. Esplorando i fondali ci si può imbattere di volta in volta in ambienti molto diversi dove vivono flore e faune differenti: distese sabbiose e/o fangose, praterie sommerse di Posidonie, scogliere che continuano sotto le onde le ripide coste sovrastanti, fondali ciottolosi interrotti da massi e scogli, i caratteristici banchi di "coralligeno", le rare sabbie bioclastiche costituite dai gusci e conchiglie di organismi attuali e fossili. Nell'arida Puglia, inoltre, le zone umide rappresentano dei gioielli incastonati nel territorio. Poste sulle rotte migratorie che portano l'avifauna acquatica dall'Africa verso le aree di nidificazione orientali e viceversa, le zone umide pugliesi sono da sempre luogo di sosta preferito per numerosissimi uccelli acquatici. Sottoposte negli ultimi decenni a forti trasformazioni a fini turistici, le nostre aree costiere sono ambienti in cui si indirizzano molte delle strategie di conservazione future, aree da preservare sia come esempi di biodiversità sia come immagini estetiche della bellezza della natura. Soltanto una cooperazione internazionale può produrre risultati positivi nel campo della gestione e della salvaguardia del Mare Adriatico e di tutto il Mediterraneo in generale, il quale rappresenta sempre più un mare a rischio, un mare da proteggere.

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LE OASI



Oasi WWF "Le Cesine"



Dove si trova: In Puglia, Comune di Vernole (LE).

Come raggiungerla: Percorrendo in auto la strada litoranea adriatica salentina, a circa 5 Km da S. Cataldo, si raggiunge l'area naturalistica delle Cesine di circa 620. Dal 1979, il WWF cura la gestione naturalistica dell'area.Vigilanza venatoria, controllo e miglioramento dell'ambiente, visite guidate, educazione ambientale, produzioni biologiche, ristorazione, lavori di artigianato sono le principali attività.

L'ambiente: Il nome "Cesine" significa zona incolta. Un tempo infatti quest'area risultava coperta da acquitrini lungo la costa e nell'immediato entroterra. Nella prima metà dell'Ottocento iniziarono le bonifiche e nel Novecento iniziò il rimboschimento. Gli ambienti delle Cesine sono: la duna, la pineta e la macchia mediterranea. L'Oasi comprende due stagni: il Salpi e il Pantano Grande, separati dal mare da un cordone di dune. Punto di riferimento dell'Oasi è l'antica masseria Cesine (da Segine, zona selvaggia) che, dopo un intervento di ristrutturazione, è oggi adibita a foresteria e sala proiezioni.

La fauna: La riserva delle Cesine riveste una notevole importanza in quanto si trova lungo una delle principali rotte migratorie. Vi sostano molti uccelli, tra i quali, il fistione turco, l'oca lombardella, il cigno reale, lo svasso piccolo. Le anatre sono il gruppo più numeroso, in particolare il moriglione, simbolo dell'Oasi. Tra gli uccelli di palude sono presenti gli aironi (cenerino, bianco maggiore, rosso), la garzetta, la nitticora, il martin pescatore. Altre rarità sono il fenicottero, la gru, il mignattaio e la spatola. Muniti di binocolo, è facile osservare i rapaci più comuni come, il falco di palude e il gheppio. Tra i mammiferi ricordiamo la volpe, il riccio, la donnola e il tasso. Tra i rettili si trova uno dei più rari serpenti europei, il colubro leopardino.

La flora: La vegetazione spontanea più diffusa è la macchia mediterranea. La pineta è stata impiantata con Pino d'Aleppo, misto a pino domestico e marittimo. Intorno agli stagni cresce la tipica vegetazione palustre: cannucce, tife, giunco sfrangiato, fiori come l'iris giallo e tra le sponde dei canali, la menta d'acqua, la canapa d'acqua e il potamogeto. La macchia mediterranea comprende il mirto, il lentisco, la fillirea, l'erica verticillata, l'ofride di Candia, l'ofride di Eldreichi, la quercia spinosa e la vallonea.

Periodo di apertura: dal 1ottobre al 31 maggio, il sabato e la domenica dalle ore 9:30 e dalle ore 15:00; gli altri giorni per scuole o gruppi. Nei mesi di giugno, luglio, agosto e settembre, il sabato e la domenica dalle ore 9:30, previa prenotazione.

Per informazioni e prenotazioni:

Centro visite Masseria Cesine tel. 0832/892264 - 347/6313548.

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APPROFONDIMENTO



Alta Murgia, benvenuto Parco!      
   Territorio di Poggiorsini (BA), foto di Mauro de Gioia      

Alta Murgia, benvenuto Parco! L'istituzione del parco nazionale dell'Alta Murgia è salutato con gioia dalle principali associazioni ambientaliste anche se, è opinione diffusa tra le stesse, che la misura di tutela sembra giungere forse troppo tardi. In discussione sia la quantità che la qualità degli interventi di salvaguardia per un ambiente, un paesaggio che nella penisola è a dir poco unico e che ha qualche riscontro soltanto nel lontano Carso. Basta sottolineare la presenza di «gioielli» come Castel del Monte, i puli, la valle dei dinosauri,    l'uomo di Altamura, solo per citare gli esempi più noti, per comprendere quale patrimonio naturalistico, storico, archeologico rappresenti la Murgia.

Spietramento ed abusivismo edilizio soprattutto ma anche disboscamento, caccia intensiva, improprio utilizzo del patrimonio rurale hanno purtroppo già prodotto danni che sarà difficile sanare. Basta percorrere la strada che collega Corato ad Altamura (ma anche la via vecchia Andria-Minervino ed altre ancora) per rendersi conto di quanto sia cambiato il paesaggio murgiano: la tipica prateria dove svettavano, tra le pietre erose dal vento e dalla pioggia, gli alti fusti della ferola, i perazzi, le roverelle, è stata sostituita la monocoltura di foraggio reso possibile da vasti interventi di spietramento. La varietà è stata sostituita la monocultura con tutto quel che ciò comporta in termini di riduzione della biodiversità. Non a caso i rappresentanti più «nobili» della dauna tipica, si pensi all'«avvoltoio degli egizi», il capovaccaio, è ormai considerato estinto così come gli altri avvoltoi che certamente un tempo veleggiavano nei cieli murgiani. Esemplari rari come l'aquila minore quando cercano rifugio nell'altopiano, finora, hanno trovato solo una solerte doppietta pronta ad accoglierla. La stessa sorte spetta spesso al falco grillaio, vero e proprio emblema del Parco.

Insieme allo spietramento numerosi interventi edili sono stati effettuati utilizzando impropriamente l'agrituri
smo: vecchie masserie si sono trasformate in vere e proprie sale da ricevimento in barba alle norme che regolamentano tale attività. Un danno che va ad aggiungersi agli assurdi agglomerati che negli scorsi decenni sono stati realizzati nelle località più incantevoli dell'altopiano. Castel del Monte è una delle zone più colpite dalla realizzazione di ville, villette, villoni che nulla hanno a che vedere con il paesaggio murgiano.

Spietramento ed edilizia, però, non sono gli unici nemici della Murgia. Gli scempi progeguono con una logica d'altri tempi: basti pensare al disboscamento. Non più di qualche settimana fa un bosco di roverelle è stato cancellato dalla sera al mattino in località «San Giuseppe», in agro di Andria. Ma il taglio selvaggio prosegue un po' ovunque e a farne le spese sono gli esemplari più preziosi dal punto di vista naturalistico: quei «patriarchi verdi» che con la loro mole e la loro chioma rendono possibile la vita di numerose altre piante ed animali. Un'enorme roverella, per esempio, è stata dapprima bruciata e poi tagliata in località «San Magno», nel territorio di Corato. Si tratta di danni difficili da valutare nella loro complessità anche perché in futuro il ritorno di specie animali e vegetali è vincolato proprio da queste presenze. Non deve infatti trarre in inganno, ad esempio, il ritorno del lupo nella Alta Murgia Nord-Occidentale (nella zona di Spinazzola).

I pochi esemplari, giunti forse dal vicino bosco di Forenza dove la presenza del canide è ormai certa da decenni, sono stati già accolti con trappole e schioppettate. Ma la loro permanenza è vincolata soprattutto alla salvaguardia dell'ambiente. se con il parco si ricreeranno le condizioni ottimali il lupo potrà restare trovando cibo e adeguati rifugi, altrimenti la sua sorte sarà segnata. Insomma l'istituzione del parco di per sé da solo non cancella un degrado già in fase avanzata, la speranza è che riesca ad arginarlo. Ma per far sì che il parco diventi una realtà vi è la necessità di un forte cambio di direzione nella gestione del territorio. Comuni, Provincia, Regione, associazioni di categoria e forze sociali devono maturare la convinzione che solo con il recupero del paesaggio Murgia nella sua complessità, nella sua armonia, creerà quella risorsa indispensabile per far decollare un'economia alternativa imperniata su uno sviluppo realmente ecosostenibile. La strada, però,è tutta in salita. La stessa perimetrazione del Parco sembra fatta su misura per tutelare interessi ben precisi, particolari e non la natura della Murgia nel suo complesso. Insomma l'impressione è che ci si trovi di fronte ad un grosso equivoco e che si sia imboccata una strada non proprio lineare per quel che riguarda la protezione. Gli esempi da seguire, invece, non mancano sia in Italia che all'estero, basta osservare la cura che altrove è riservata al paesaggio ed alla natura per comprendere qual'è la strada maestra da seguire. Altre strade da percorrere al momento non ve ne sono e se ve ne sono portano ben lontano da quel che normalmente si considera un parco nazionale

Pino Curci


SCHEDA GEO-MORFOLOGICA DELLE MURGE ALTE

La porzione di territorio in oggetto, si trova nell'area denominata in letteratura di "Avanpaese", ed è caratterizzata da un andamento blandamente ondulato della superficie topografica, con rilievi collinari dotati di versanti scarsamente acclivi e localmente incisi da corsi d'acqua stagionali.

Dal punto di vista geologico la struttura delle Murge è data da una potente successione di calcari mesozoici di piattaforma che dal momento della loro emersione, avvenuta nel Cretaceo superiore, hanno subito sensibili effetti tettonici ed erosivi, questi ultimi prevalentemente carsici, che hanno portato all'attuale configurazione dell'altopiano, la quale non essendo stata interresata dall'ingressione plio _ pleistocenica, ha conservato e ulteriormente sviluppato la propria morfologia carsica. Il substrato calcareo rigido mesozoico è costituito da una successione di strati, potente oltre 2.000 m, di calcari e calcari dolomitici in strati e banchi, micritici o finemente detritici. A tetto, tale formazione passa, tramite un contatto trasgressivo segnato da una discordanza angolare ben marcata, alla formazione chiamata in letteratura " Calcarenite di Gravina". Localmente vi è la presenza di "Terra rossa", prodotto residuale argilloso della dissoluzione chimico - carsica della roccia calcarea. L'origine del "Calcare di Bari" viene fatta risalire a processi sedimentari avvenuti durante il Cretaceo medio _ inferiore, in ambiente di piattaforma carbonatica con mare sottile.

Dott. Geol. Giovanni CAPUTO , Responsabile Tecnico Molfetta Multiservizi S.p.A.




APPROFONDIMENTO


onte!

foto di Mauro de Gioia

Accade, accade, a Castel del Monte, che la Soprintendenza, ente istituzionale preposto alla tutela dei beni storì co- artistici e ambientali, metta in atto interventi discutibilissimi.

Dopo la pavimentazione del piazzale, poi ricoperta da brecciolina, dopo il proposito di rimuovere la corona di pini, ora ancora sostenuti da pali metallici, dopo il progetto di un megaparcheggio a nidosso della collina, fortunatamente bloccato, è il turno della manomissione proprio del monumento: una scala metallica sul prospetto posteriore; superficiale soluzione per abbattere le barriere architettoniche o per adeguamento alle norme antincendio?

Di certo, nonostante da trent'anni Italia Nostra e WWF continuino a chiedere un apposito piano per l'area vincolata di Castel del Monte, si continua con interventi di basso profilo tecnico e di dubbio gusto. Attorno al castello è tutto un cantiere disordinato. Anche al visitatore più distratto non sfuggono tra l'altro:

- l'arca sequestrata dell'ex-Ostello di Federico;

- il materiale di scarto accatastato nei pressi della casa del custode;

- la variegata cartellonistica cui si è aggiunto da ultimo un grosso pannello turistico della Provincia su una informe piattaforma di cemento e sistemato con tale improvvisazione da lasciare sul retro, praticamente nascoste, le informazioni che riguardano proprio il monumento;

- l'illuminazione realizzata sul tratto della statale come se fosse un tratto di strada qualsiasi, con i lampioni alti, praticamente occultati dalle chiome degli alberi, ma a far bella mostra di sé nel panorama notturno, rompendo la visione del magico maniero.

Il Castel del Monte, celebre monumento di indiscutibile valore storico artistico e paesaggistico,merita ben altre attenzioni! Ed è necessario che quanti sono destinatari della presente nota si attivino in tal senso.

Arcangela Tatulli, Presidente onorario Italia Nostra Sez. Bari

Michele Suriano,  Responsabile sezione WWF Andria Sezione di Bari di Andria

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CACCIA



Caccia a febbraio, no grazie…

Il Consiglio di Stato boccia il provvedimento della Regione Puglia

Nella seduta dell'11 febbraio il Consiglio di Stato ha emesso la sentenza definitiva: il provvedimento di proroga della caccia adottato dalla Regione Puglia non è legittimo. L'attività venatoria pugliese ha chiuso quindi i battenti il 31 gennaio u.s., a poco sono valse le dichiarazioni dell'Assessore Marmo che, contro ogni logica, ha continuato a produrre affermazioni demagogiche e poco credibili in difesa del suo pessimo operato.

Unione Europea, Governo Centrale, Tar, Consiglio di Stato e a breve anche la Corte Costituzionale, hanno cassato le velleità dell'Assessorato Regionale alla Caccia che, credendo di fare un colpaccio, si è invece distinto per una politica di scontro aperto e assoluta mancanza di dialogo con le associazioni ambientaliste.

In realtà la caccia nel mese di febbraio è solo la punta dell'iceberg, gli interrogativi, le zone d'ombra sulla caccia in Puglia risalgono alla fine degli anni 80' e arrivano sino ai giorni nostri. Ripopolamenti con lepri e fagiani pagati a peso d'oro, contributi elargiti con molta disinvoltura, tabellazioni inesistenti, leggi che consentono l'ingresso di migliaia di forestieri, tesserini venatori di facile contraffazione e un'attività delle aziende venatorie che sarebbe perlomeno da sottoporre ad attente verifiche. Questioni che sono sempre state oggetto di forti perplessità, e che nel tempo hanno compattato un partito di cacciatori trasversale che poco ha a che vedere con l'esercizio della caccia e molto con gli affari. Un capitolo a parte riguarda la recrudescenza del bracconaggio. Il fenomeno negli ultimi due anni ha assunto contorni inquietanti e vede pochi paragoni in tutto il paese. E' recente la denuncia del WWF su quanto avviene lungo la costa tra i comuni di Trani e Margherita (Foce Ofanto) dove vi sono decine di capanni abusivi per la caccia alle specie acquatiche, del resto, in Provincia di Bari l'utilizzo del registratore per richiamare l'avifauna è la norma.

Oggi si va ancora a caccia nell'Oasi di
Protezione dell'Alta Murgia, cuore del futuro Parco, la motivazione è disarmante. Nonostante l'istituzione dell'Oasi sia stata prevista sin dal 1999 la zona non è ancora stata tabellata, eppure, i soldi non mancano. Gravi atti di bracconaggio sono a noi noti, nella Oasi di Protezione di Trazzonara o anche detta "Specchia Tarantina" in provincia di Taranto, a Foce Ofanto e nel parco del Gargano.

Di fronte a questa situazione la politica locale continua a chiudere gli occhi e si adopera con poca sensibilità ambientale a far partorire provvedimenti, oramai, tristemente famosi in tutta Italia. La stagione venatoria si è aperta con l'arbitraria presa di posizione della Regione: contravvenendo alle decisioni prese di concerto tra cacciatori, agricoltori e ambientalisti, si è data la possibilità al cacciatore di scegliersi le giornate di caccia, di fatto si è autorizzato un "bracconaggio di massa". Ed inoltre la preapertura della caccia; un regolamento per la detenzione d'animali che mostra una visione del rapporto uomo-animali crudele e antistorica; l'istituzione d'aziende di caccia a gestione privata in aree d'alto valore naturalistico; le commissioni venatorie costituite da 15/20 componenti (quasi tutti cacciatori),e la caccia in deroga, sono solo alcuni dei provvedimenti-farsa che l'Assessorato Regionale ha promosso e condotto all'insegna del più totale disprezzo degli ambienti naturali della nostra Regione.

Interpretiamo la sentenza del Consiglio di Stato come un'autorevole condanna della gestione del territorio ai fini meramente politici. A malincuore abbiamo dovuto candidare al premio "Attila" per l'Ambiente, un politico locale, l'Assessore Marmo, il suo accanimento in questa vicenda non trova precedenti.

I nostri prossimi obiettivi: la caccia in deroga e la salvaguardia delle zone umide, sottoposte ad inquinamento e bracconaggio.

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COMUNICATO STAMPA
"OSSERVATORIO SULLA CACCIA IN PUGLIA"
Le Associazioni Regionali, LAC, LIPU, WWF il giorno 15 gennaio hanno costituito l'Osservatorio sulla Caccia in Puglia presso la Delegazione Regionale WWF Puglia in Via Boccapianola n. 1 _ Bari.

La necessità di istituire l'Osservatorio è nata dalla volontà di far conoscere ai cittadini Pugliesi il vero volto di una politica venatoria locale fortemente degradata, che mette a serio rischio la credibilità della nostra Regione a livello Europeo.

Preapertura, proroga, caccia in deroga, sono solo alcuni dei condoni deliberati dalla Giunta Regionale che consentiranno una caccia non degna di un paese civile.

L'adozione di questi provvedimenti appare ancora più grave alla luce dell'incremento del bracconaggio e del traffico illegale di selvaggina proveniente dai Paesi dei Balcani che in Puglia ha assunto un'arroganza e una dimensione preoccupante.

Dai primi lavori dell'Osservatorio è emersa una realtà politica e amministrativa letteralmente sconcertanti. In maniera del tutto inaudita ed arbitraria è stata prorogata la stagione venatoria per il mese di febbraio! E' d'assoluta evidenza che alle autorità competenti è sfuggita la "pur rilevante" decisione della Corte Costituzionale datata 28.12.02. La Suprema Corte ha, infatti, vietato l'esercizio della caccia nel mese di febbraio, dichiarando "incostituzionale" il provvedimento emesso dalla Giunta Regionale della Sardegna del tutto simile a quello emesso anche in Puglia. Riteniamo pertanto, che questa sentenza debba necessariamente riguardare anche la Puglia, e il far finta di niente dell'Assessorato alla Caccia della Regione Puglia appare ridicolo, incosciente e omissivo. Si tratta (sic!) di una posizione politica perfettamente in linea con i pasticci venatori sino ad ora combinati dall'Assessore Marmo. Oggi vi sono in Puglia 30.000 cacciatori con un tesserino venatorio che permette di cacciare anche durante il mese di febbraio; cosa succederà se, per convenienza politica, i cacciatori saranno avvisati solo all'ultimo minuto dell'annullamento della proroga della stagione venatoria? Giocare con le aspettative di 30.000 persone armate di doppietta è una questione d'ordine pubblico! L'Osservatorio sulla caccia in Puglia, chiede che su questa proroga sia fatta la massima chiarezza e preannuncia che depositerà un esposto alla Corte dei Conti per furto ai danni del patrimonio indisponibile dello stato e richiederà il sequestro preventivo della fauna selvatica per tutto il territorio pugliese.
L'Osservatorio sulla Caccia in Puglia è aperto alle adesioni di movimenti e associazionismo di base e di tutti coloro che ritengono opportuno intervenire a difesa della legalità e dell'ambiente.



NATURA



La Puglia, apparentemente monotona, è ricca di biovidersità: su una superficie pari al 6% di quella nazionale ha, ad esempio, il 40% ed il 70% delle specie italiane apparteneti, rispettivamente., alla flora ed all'avifauna nidificante. Tutto questo si spiega con la grande varietà di ambienti naturali, anche se spesso ridotti ad una superficie estremamente esigua. Le più comuni specie di animali, vegetali e funghi della regione, in particolare della Provincia di Bari, verranno trattate, singolarmente o raggruppando quelle molto simili tra loro, in una scheda monografica pubblicata su ogni numero del giornale. Il lettore potrà raccogliere ed ordinare le schede secondo un proprio criterio (sistematico, alfabetico, geografico, ecc.), aiutato anche dal differente colore dell'intestazione della scheda. Anche l'aspetto geomineralogico verrà inserito, con lo stesso criterio delle schede, in questo progetto che ha lo scopo di far conoscere la nostra terra in tutte quelle miriadi di entità importanti sotto l'aspetto naturalistico ma anche economico. Saranno pubblicate anche schede a carattere generale, relative ai principali raggruppamenti tematici.

La nomenclatura scientifica seguita per i vegetali è quella della Flora d'Italia di Sandro Pignatti (Edagricole, Bologna, 1982), per gli animali quella della Checklist delle specie della fauna italiana a cura di A. Minelli, S. Ruffo, S. La Posta (Calderini, Bologna, 1993-1995).

La scheda di questo primo numero è dedicata al Pesce S. Pietro; quella del numero seguente parlerà di un altro pesce: il Nasello.


   

    La Natura a schede                            P E S C I

              Prof. Rocco E. Chiapperini



Zeus faber Linneo, 1758 (Pesce S. Pietro, 21 cm)

(Famiglia: Zeidae, Ordine: Zeiformes, Classe: Osteichthyes)

 

Il corpo è ovale e molto compresso; i denti, piccoli e conici, sono disposti in 3-5 serie; spine più o meno sviluppate si trovano ai lati del muso, sulla nuca, sul margine dell'apertura branchiale.

Due serie parallele e vicine di spine decorrono lungo la linea mediana ventrale, portate da 13-14 paia di placche ossee; le squame sono disposte in serie longitudinali. La linea laterale forma una lunga curva nella sua parte anteriore. La pinna dorsale ha 9-11 raggi spiniformi, 21-25 raggi molli e la membrana prolungata in lunghi filamenti. Anche la pinna anale ha 3-4 raggi spiniformi e 20-23 raggi molli; 5-8 placche ossee, fornite di una spina generalmente biforcata, decorrono, sia superiormente sia inferiormente, lungo il profilo posteriore del corpo; la pinna codale ha l'orlo convesso, le pinne ventrali sono molto più lunghe delle pettorali. I caratteri delle spine e delle placche, molto variabili ed indipendenti dal sesso e dall'età, talvolta differiscono sui due lati di uno stesso individuo.

Il colore è grigio-giallastro, volgente al bruno sul dorso e all'argenteo sul ventre. Sui fianchi decorrono spesso linee gialle longitudinali e spicca una macchia rotonda o ovale
nero-violacea con alone giallo o biancastro.

Le dimensioni massime, raggiunte dalle femmine, corrispondono ad una lunghezza di 60 cm e ad un peso di 5 kg.

Si trova nel Mediterraneo, nel Mar Nero occidentale, nell'Atlantico nord-orientale (dal Marocco alla Norvegia). Vive su fondali arenosi o fangosi fino a 200 m di profondità. E' generalmente solitario e si muove lentamente con ondulazioni delle pinne dorsale ed anale; talvolta a piccoli gruppi segue sardine ed aringhe delle quali si nutre insieme a molluschi e crostacei che cattura con la bocca eccezionalmente protrattile. Le uova si trovano nei nostri mari da novembre a maggio, sono galleggianti ed hanno un diametro di circa 2 mm.

E' un ben noto pesce commestibile, frequente sui mercati, catturato con reti a strascico.

Il suo nome (analogo in spagnolo e tedesco) deriva dall'antica leggenda secondo la quale le macchie nere laterali sarebbero le impronte delle dita di S. Pietro che dalla bocca di questo pesce avrebbe tratto una moneta d'oro. Nell'antichità fu ritenuto sacro a Giove, donde il nome scientifico Zeus attribuitogli dal naturalista svedese Carlo Linneo nel 1758.

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LEGGE E AMBIENTE



"GAIAVIS" E LA LEGGE

"DOBBIAMO IMPARARE A RESTITUIRE ALLA NATURA

LA RICCHEZZA CHE LE CHIEDIAMO IN PRESTITO" Barry Commoner.

Può uno Stato di diritto rispondere a questa esigenza, attraverso provvedimenti legislativi? Forse dovremmo porci il quesito se esiste un esigenza o forse se questa esigenza è un utopia o addirittura un'ossessione delle associazioni ambientaliste! E qualora l'esigenza esistesse, quale è la forza e l'efficacia dei provvedimenti legislativi?

Le comunicazioni mediatiche ci confermano l'esistenza di questioni ambientali che non pochi danni hanno causato e purtroppo continueranno a causare. Le ricadute negative sulla salute umana degli incidenti e delle emergenze ambientali sono un fatto indiscusso ed indiscutibile. Diversi capitoli ancora dovranno scriversi prima che si possa giungere all'ultima pagina di questo Best Seller che appassiona politica, finanza, ed economia da una parte e movimenti, associazioni e cittadini dall'altra.

Il percorso che intende seguire GAIAVIS Obiettivo Natura, nell'area tematica dedicata alla normativa, sarà quello di mostrare ai lettori come il legislatore, comunitario, nazionale o regionale ha creduto e crede di rispondere alle richieste della NATURA oggi tutte coniugate nella definizione del concetto di Sviluppo Sostenibile. Contestualmente si cercherà di dare evidenze, attraverso numeri statistici, della reale efficacia delle norme nel contesto territoriale in cui quotidianamente operiamo e sarà precipuo impegno di chi vi scrive, mostrare come le associazioni ambientaliste possono intervenire ed intervengono giuridicamente al fine di tutelare l'ambiente.

Ritengo fondamentale dare inizio a questa "passeggiata" nel diritto ambientale discutendo di un importante provvedimento adottato a livello regionale in materia di emissioni in atmosfera. Nella Regione Puglia, ricca di Piccole e Medie Imprese, solo il 10% di quelle che producono emissioni in atmosfera risultano ad oggi dotate di autorizzazione. Le nostre imprese, pur se rientranti nelle due macro categorie individuate nel DPR 25.07.1991 e definite "attività ad inquinamento atmosferico poco significativo" e "attività a ridotto inquinamento atmosferico", per ottenere l'autorizzazione alle emissioni hanno dovuto seguire l'iter prescritto dal DPR 203/88, che regolamenta la procedura cd. ordinaria e che richiede tempi di rilascio non inferiori all'anno nonostante la norma prescriva i classici 60 giorni.

Quindi il dato è ancora più scottante se si pensa che il provvedimento adottato avrebbe potuto porre, da ben 11 anni, un cospicuo numero di imprese nella condizione di poter utilizzare quella che comunemente è definita "procedura semplificata".

Difatti il provvedimento regionale è stato predisposto e pubblicato con ben 11 anni di ritardo rispetto a quanto prescritto dalla normativa nazionale.

L'enorme valore del DPR 25.07.1991 che aveva individuato quelle attività con impatto ambientale sull'aria "poco rilevante" diviene di fatto operativo nella Regione Puglia con la DGR 11 ottobre 2002 n. 1497, pubblicato lo scorso novembre 2002 sul BURP.

La norma, semplifica l'iter per tutte quelle imprese che consumano dei quantitativi massimi prestabiliti di materie prime, che siano elencate nell'allegato tecnico della DGR e che rispettino i limiti di polveri e Sostanze Organiche Volatili ivi specificati. Tali imprese, a seguito dell'istanza, dovranno intendersi autorizzate oltre che nel caso in cui la Regione emetta il relativo provvedimento, anche nel caso in cui decorsi 60 giorni dal ricevimento dell'istanza, la stessa non si sia pronunciata. Sempre nel termine di 60 gg. sia la Regione (o Provincia, appena si darà attuazione alla L.r. 17/2000 sul conferimento di funzioni e compiti amministrativi in materia di tutela ambientale) che il Comune potranno esprimere osservazioni di carattere urbanistico ed ambientale.

Particolarmente rilevanti sono le agevolazioni previste dagli artt. 12 e 13 della Delibera. L'art. 12 individua la cd. "soglia massima" di consumo di materie prime. Le aziende al di sotto di tale soglia sono esonerate dall'effettuazione dei controlli periodici delle emissioni in atmosfera e quindi dalla loro comunicazione alla Regione. Invece, l'art. 13 prescrive, per le imprese certificate ISO 14001 o registrate EMAS, il solo esonero dalla trasmissione periodica delle analisi. In tal caso la Delibera fa acquisire piena efficacia all'autocontrollo effettuato dall'azienda certificata.

Le imprese il cui iter autorizzativo sia iniziato prima della pubblicazione della Delibera e non risulti ancora concluso, potranno, in applicazione di quanto previsto dall'art. 8 e dalla Nota Esplicativa, richiedere l'applicazione della procedura semplificata.

Non ci resta che attenderne gli effetti.

Avv. Antonio de Feo

Per maggiori infomazioni, collegandovi sul sito di Gaiavis www.gaiavis.org potrete scaricare la DGR 11 ottobre 2002 n. 1497, pubblicata sul BURP di novembre 2002 .

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SALUTE



L'intossicazione da monossido di carbonio nell'ambiente domestico

Quello dell'intossicazione da monossido di carbonio (CO), in ambiente domestico, è senz'altro un problema che assume la sua maggior rilevanza nei mesi dell'anno più freddi, quelli invernali, legato al maggior uso di impianti di riscaldamento. Non di rado, purtroppo, capita di ascoltare di interi nuclei familiari trovati morti in casa avvelenati dal CO prodotto dal braciere o dalla stufa a gas usata per difendersi dalle rigide temperature esterne.

Ma cos'è il CO e soprattutto come si forma?

Il monossido di carbonio è un gas inerte, incolore, inodore, non irritante, che si forma in tutti i processi di combustione incompleta dei derivati del carbonio, che avvengono cioè in carenza di ossigeno, situazione che si verifica in diversa misura nei motori degli autoveicoli, negli impianti di riscaldamento e industriali.

In condizioni ottimali il carbonio presente nel combustibile si combina con l'ossigeno dell'aria (comburente) e viene trasformato in CO2 (anidride carbonica):

C + 02 —> CO2 [Reazione di combustione con eccesso di ossigeno]

Ma quando la combustione avviene in carenza di ossigeno si forma il CO (monos-

sido di carbonio):
2C + 02 —> 2CO [Reazione di combustione con difetto di ossigeno]

I combustibili con riconosciuta capacità di generare questo pericoloso prodotto sono il carbone di legna, il cherosene e la benzina ma anche i combustibili "puliti" (butano, propano e metano) possono produrre CO se utilizzati in ambienti non sufficientemente ventilati.

L'avvelenamento da Co in ambiente domestico può avvenire per cause accidentali (scaldabagni, stufe, impianti di riscaldamento difettosi, locali con cammini e stufe a legna non sufficientemente ventilati) o per cause intenzionali (tentativi di suicidio con l'immissione dei gas di scarico dagli autoveicoli in locali piccoli quali garage).

Inoltre alle cause interne descritte possono sommarsi cause esterne quali presenza di vicini impianti industriali, umidità, temperature e particolari condizioni climatiche che possono esasperarne gli effetti.

Perché il CO è così letale?

Il CO presenta un'affinità per l'emoglobina 200-300 volte maggiore rispetto a quella per l'ossigeno. I globuli rossi ricchi di emoglobina hanno il compito di trasportare e rilasciare ossigeno a tessuti quasi come se fossero dei contenitori. In presenza di CO i globuli rossi vengono riempiti dal CO impedendo in tal modo il trasporto e la libera circolazione dell'ossigeno. Le conseguenze a danno dei principali organi (cervello e cuore) che se ne nutrono per funzionare e sopravvivere possono essere molto gravi.

Quali sono i sintomi dell'intossicazione da CO?

Le persone presenti in un locale chiuso che si va saturando di CO, anche ammesso che avvertano che qualcosa di insolito stia loro accadendo, non hanno la chiarezza di dover reagire né sanno cosa fare. Questo perché i primi sintomi da intossicazione da CO sono generici: un leggero mal di testa, un po' di affanno, sensazione di vertigini, uno stato confusionale mentale, generici disturbi della vista, nausea, vomito. Disturbi che nel loro complesso, sono anche associabili e riconducibili a diverse comuni cause, quali l'influenza (molto frequente, come l'intossicazione da CO, nei mesi invernali) o un' intossicazione alimentare. Questo può spiegare perché molti casi di intossicazione acuta da CO, di grado leggero, restano misconosciuti o vengano trattati con terapia sintomatica.

Già a 200 ppm si possono produrre sintomi quali mal di testa o leggera nausea, secondo la sensibilità individuale delle persone esposte; a 600 ppm sono probabili svenimenti, a 800 ppm si è già in pericolo di vita, ma ancora non c'è cognizione chiara di cosa stia succedendo.

Ma anche quando il livello di intossicazione è fortunatamente al di sotto della soglia letale il CO produce effetti dannosi che di rado vengono riconosciuti e attribuiti ad esso: perdita di memoria, incontinenza urinaria e fecale, e sintomi che solitamente si verificano in malattie degenerative neurologiche quali Alzheimer e Parkinson.

Come si soccorre un intossicato da CO?

Ecco le principali azioni da eseguire nel più breve tempo possibile:

• arieggiare immediatamente l'ambiente e allontanare subito la persona colpita dall'ambiente contaminato facendo attenzione a non compromettere la propria incolumità;

• somministrare subito ossigeno ad alta concentrazione;

• chiamare un pronto - soccorso medico (118);

• la camera iperbarica è il trattamento principale e spesso risolutivo dell'intossicato da CO.

Come possiamo prevenire l'intossicazione da CO?

Accade talvolta, che l'utente si senta del tutto al sicuro contro il CO per aver fatto eseguire la manutenzione del proprio impianto di riscaldamento. Non sempre però queste verifiche sono effettuate con la necessaria scrupolosità e competenza. Il risultato è che l'utente trascura dei sintomi che in circostanze diverse avrebbero potuto allarmarlo, e l'intossicazione da CO procede, magari lenta ma inesorabile.

Sono tre le operazioni indispensabili da compiere:

l'accurata verifica dell'installazione e funzionamento degli impianti di riscaldamento;

• il rispetto delle norme di sicurezza;

• l'ispezione regolare del sistema di areazione e del tiraggio dei cammini.

Non sempre queste tre operazioni vengono svolte fino in fondo.

Un discorso a parte meritano i rilevatori di CO. Questi sono strumenti di costo contenuto che producono con precisione ed affidabilità un allarme anche per basse concentrazioni di CO (220 ppm). Intervengono con segnalazioni luminose o acustiche, oppure possono essere previsti per attivare una ventilazione forzata, per esempio tramite un estrattore d'aria. Nella pratica però, come è stato rilevato presso un centro di pronto intervento per intossicati da CO, può anche succedere che l'utente spenga il rilevatore perché infastidito da troppi frequenti o ripetute segnalazioni che, a suo parere, risultano ingiustificate dato che nella stanza "non c'erano né odori né visibili cause d'allarme".

Pertanto il vecchio consiglio: "se vi trovate in una stanza scarsamente aerata, in presenza di stufe, scaldabagni, bracieri o cammini accesi, e avete la sensazione che qualcosa vi intorpidisca nell'azione, reagite subito, meglio una tempestiva corsa a spalancare le finestre piuttosto che un sonno senza risveglio" rimane sempre valido.

dr.ssa Michela Caldarola

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NEWS DALLE SEZIONI



- MOLFETTA

"La storia degli uccelli migratori è quella di una promessa: la promessa di tornare". Inizia così il film-documentario, l'ultimo capolavoro sulla natura del regista Jaques Perrin, il quale ci permette di essere compagni di viaggio di questo incredibile popolo migratore e di provare per un attimo le emozioni che suscita il mondo visto dall'alto.

Il film esce in Italia in collaborazione con WWF e LIPU, che portano avanti il "Progetto Popolo Migratore", con l'obiettivo di sensibilizzare la popolazione riguardo la lotta antibracconaggio su due rotte fondamentali per gli uccelli migratori che attraversano il nostro paese per raggiungere il Nord Europa: lo Stretto di Messina e le Valli Bresciane. Il WWF, sezione di Molfetta, sta organizzando, nei principali cinema della provincia di Bari, una serie di conferenze che precederanno la proiezione del film: per questo progetto verranno coinvolte le scolaresche e saranno ospiti delle conferenze alcuni esponenti dei governi locali e provinciali.

- ANDRIA

Anche la Sezione WWF di Andria insieme a LIPU per una campagna di raccolta fondi a favore del Progetto "Il Popolo Migratore". 

E' di circa 500,00 euro il primo contributo, ricavato netto della serata speciale organizzata dalla sezione, grazie alla collaborazione del giovane attore teatrale andriese Michele Sinisi, che ha presentato una sua personale elaborazione dell' Otello.

L'azione di sostegno al progetto continuerà con altre ìniziative:

- proiezione dei film

- incontri di informazione

- escursione sullo stretto di Messina.

- BARLETTA

La villa comunale che circonda il castello svevo-angioino è stata riaperta al pubblico. I vialetti rimessi a nuovo, l'arredo reso più accogliente hanno fatto dimenticare le polemiche che hanno seguito l'intervento di ristrutturazione. La locale sezione del WWF, infatti, ha aspramente criticato i criteri seguiti per il recupero dell'area lasciata per decenni in uno stato di colpevole abbandono. Purtroppo come spesso accade le indicazioni, supportate da pareri di biologi e esperti in scienze forestali, sono state in gran parte ignorate. Molti alberi, soprattutto pini dometsici, sono stati sacrificati ad una non meglio precisata volontà di valorizzare la visione del castello. Non solo ma nella zona compresa tra il castello stesso e la cattedrale sono stati realizzati interventi a dir poco discutibili come la messa a dimora di un prato «all'inglese» che oltre a comportare un notevole dispendio d'acqua, difficilmente rientra nelle caratteristiche ambientali e paesaggistiche della zona, una delle più delicate della città soprattutto per quel che riguarda l'aspetto storico-architettonico.
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INTERNET

I siti consigliati da Gaiavis


www.gaiavis.org

E' il sito del WWF Italia, Sezione di Molfetta dedicato alla problematica legata all'inquinamento elettromagnetico. Sul sito è possibile approfondire i temi sui CEM entrando nello specifico delle diverse problematiche (normative, mediche e tecnologiche) ed essere costantemente aggiornati sugli sviluppi che riguardano questo diffuso quanto controverso problema. Inoltre, attraverso una registrazione online è possibile parte
cipare allo studio che il WWF sta conducendo (ormai da più di un anno) sugli effetti cronici derivanti dall'esposizione prolungata ai CEM, per accertare sé dietro alle tante perplessità che da più parti sorgono riguardo alla nocività delle antenne, si possa celare una qualche verità. Particolare attenzione è rivolta infine, all'analisi dei recenti sviluppi normativi e scientifici, attraverso i commenti dei tecnici del WWF Molfetta.

Il sito www.gaiavis.org da Febbraio ospita anche l'omonima rivista "GaiaVis -Obiettivo Natura" (in formato pdf) dove si possono trovare ulteriori approfondimenti e materiale correlato scaricabile.

www.animalionline.net 

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NATURA



IL TERRIBILE PREDATORE NELL'ERBA: Saga pedo



Nella foto, esemplare di Segapedo. Foto di Raffalele Stano

Primi di giugno, Alta Murgia barese, agro di Andria .

Fa quasi già caldo, l'erba non si è ancora ingiallita e, per chi volesse osservare alcuni dei più nutriti rappresentanti della fauna delle nostre Murge, noterebbe che molti di essi hanno sei zampe.

Sono insetti, con l'erba ancora verde e, i primi caldi, le zone steppiche non precedentemente violentate dagli aratri, le macchine tritapietre, gli incendi e i pesticidi, sono ideale luogo di riproduzione di questi animali.

Di insetti, esistono milioni di specie e svariate migliaia dimorano nella nostra provincia, ma, tra tante, una specie mi ha davvero incuriosito molto. Pochi la conoscono, eppure è forse il più grande insetto d'Europa. Proprio così: il Saga Pedo che, con i suoi 10/11 cm di lunghezza, detiene questo record. Ma di cosa sto parlando? Azzeriamo il contatore e cominciamo con ordine. Nome scientifico: Saga Pedo. Nome comune: NESSUNO! Conosciuto solo a pochi, questo insetto è un parente prossimo delle cavallette e più precisamente di alcune cavallette. E' un "Ensifero", ossia una cavalletta dotata di antenne lunghe e filiformi.

Quasi tutte le cavallette, da quelle più piccole a quelle più grandi e colorate, si nutrono di foglie e di detriti vegetali, sono dei mangiatori d'erba che, come tutti gli erbivori, risultano indispensabili nella catena alimentare perché appetiti da altri animali che erbivori non sono.

Povere cavallette……. Le mangiano gli uccelli, i rettili, gli anfibi ed anche altri insetti. Tutti o molti conoscono le mantidi religiose, insetti predatori di altri insetti. Ci sono anche cavallette che pur mangiucchiando qualche erba non disdegnano un condimento proteico.

Alcune famiglie di ortotteri (le cavallette dal greco ortos- diritto e pteron _ ala = ali diritte) sono decisamente orientate verso gusti alimentari tipici di un predatore: la bellissima e colorata Tettigonia verdissima è una di queste ma ce ne sono molte altre.

Proprio tra queste, la più inquietante, colorata, "feroce" e grande è proprio il Saga Pedo.

Un po'di classificazione scientifica aiuterà coloro che vorranno approfondire: classe: insetti, ordine: ortotteri, famiglia: Tettigonidi, sottofamiglia: Sagini, genere e specie: Saga Pedo.

Colorata di un bel verde, ornato da striature color sabbia, risulta poco visibile all'occhio non allenato; si muove poco, preferendo attendere tra qualche cespuglio di cardo o di asparago.

Di certo attende, ma lo fa con le sue zampe ben aperte, in quanto, sia le zampe che il petto di questo animale, sono dotati di spine (simili a quelle delle mantidi ma più grandi). Quando una preda le passa vicino, fulminea con uno scatto la cattura abbracciandola mortalmente e poi divorandola col suo potente apparato masticatore. Completamente attera (priva di ali) si muove a piccoli salti tra l'erba e i cespugli in cui vive. Spiccatamente termofila, preferisce zone assolate poco antropizzate in cui vi sia abbondanza delle sue prede (cavallette).

In natura è certamente predato dal grillaio (altro tipico animale pugliese), da alcuni rettili e forse anche da qualche mammifero.

Per la sua natura di predatore non è mai presente diffusamente sul territorio, anzi risulta decisamente poco frequente. Altra curiosità è che pare non si trovino (almeno in Europa) esemplari di sesso maschile; infatti le grandi femmine sono tutte partenogenetiche. Personalmente, per poterlo fotografare, ho dovuto scarpinare e sudare parecchio.…. Trovo che questa mia rubrica sia stimolo alla conoscenza e al rispetto delle forme di vita; quindi invito tutti (qualora avessero la fortuna di incontrare questo coloratissimo animale) a non prelevarlo dal proprio ambiente, considerandolo quello che è: una testimonianza esclusiva degli ambienti steppici del Parco dell'Alta Murgia.

Approfondimenti bibliografici sono possibili solo con specifici testi entomologici. o sul sito internet: http://www.parchi.regione.lombardia.it/index.htm .

Raffaele Stano, 

Raffaele Stano è Agente del Corpo Forestale dello Stato,nucleo CITES. Collabora da molti anni come attivista del WWF Puglia.

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